Quattro Punti Chiave della spiritualità delle Suore Francescane dell’Immacolata

      Chi volesse conoscere meglio il carisma e la forma di vita delle Suore Francescane dell’Immacolata non può prescindere da quattro aspetti fondamentali: 1) La povertà serafica; 2) L’obbedienza “sub luce Immaculatae”; 3) La vita di preghiera; 4) Lo studio e la formazione. Si tratta di veri e propri pilastri su cui si fonda la loro spiritualità, sorta in risposta a quel tanto auspicato rinnovamento della Vita religiosa richiesto dal Concilio Vaticano II, radicandosi nelle origini del Francescanesimo e attualizzandolo in chiave mariana sulla scia dell’esperienza di san Massimiliano M. Kolbe, definito da san Giovanni Paolo II “il san Francesco del XX secolo”.

 

    I Francescani dell’Immacolata sono, si può dire, “figli” del Vaticano II, perché nascono in seguito all’esortazione conciliare dell’accomodata renovatio, ossia di un rinnovamento inteso come ritorno alle origini. Questo ritorno alle origini, lungi dal voler portare a qualsivoglia forma di archeologismo, va, però, rapportato ai tempi attuali: ecco la renovatio. Un rinnovarsi che tiene conto del mutare dei tempi, ma che vuol mantenere intatto lo spirito dei primordi, garantendo l’integrità di quel carisma che lo Spirito Santo ha ispirato al fondatore, quale dono per tutta la Chiesa.

      Povertà, obbedienza, vita intensa di preghiera e studio sono forse tra gli aspetti del carisma delle Suore Francescane dell’Immacolata che più balzano all’occhio di chi ha modo di conoscerne più da vicino la vita.

      Vediamo più nello specifico questi quattro punti.

 

1) La povertà serafica

      La povertà che ogni religioso professa, opera una distinzione tra i consacrati e gli uomini che mangiano, bevono, comprano, vendono, piantano, edificano (cf. Lc 17,28-30) in vista di un benessere materiale, il quale, se non è di per se stesso un male, può tuttavia distrarre dal fine ultimo della propria salvezza e far sì che si agisca dimentichi di Dio. Il religioso è dunque un richiamo per il mondo, il quale, vedendo il suo buon esempio, riceve da lui un aiuto per non deviare dalla retta via. Ora, le Suore Francescane dell’Immacolata intendono offrire questo richiamo calcando le orme di san Francesco.

Il Serafico Padre, introducendo una vera novitas per quei tempi, prescrive una povertà rigorosa, che comporta un distacco effettivo e affettivo dai beni, e che esclude ogni forma di possesso, anche comunitario. Ecco quanto comanda ai frati nella sua Regola Bollata:

«Ordino fermamente a tutti i frati che in nessun modo ricevano denari o pecunia direttamente o per interposta persona. Tuttavia per le necessità dei malati e per vestire gli altri frati, i ministri soltanto e i custodi per mezzo di amici spirituali, abbiano sollecita cura secondo i luoghi, la circostanza, il clima delle regioni, così come sembrerà convenire alla necessità, salvo sempre, come è stato detto, che non ricevano in nessuna maniera denaro o pecunia» (Regb IV).

 

      I Francescani dell’Immacolata, Frati e Suore, su consiglio della Congregazione per gli Istituti religiosi che ha dichiarato l’impossibilità di intestare beni alla Santa Sede, hanno voluto ricorrere anch’essi ad “amici spirituali”, appoggiandosi ad Associazioni no profit. Tali Associazioni hanno la proprietà effettiva, e non meramente fiduciaria dei beni. Attualmente esse, secondo il progetto fondazionale originario, sono amministrate da laici volontari, che condividendo l’ideale e i fini apostolici della Famiglia religiosa, offrono gratuitamente le loro specifiche competenze. In tal modo, né i singoli religiosi, né le loro diverse comunità, né i due Istituti possono avere beni intestati, ma soltanto in uso caritativo per l’espletamento delle attività apostoliche, fatti salvi i pieni diritti dei soggetti proprietari, che non sono i singoli laici, ma le Associazioni, quali persone giuridiche riconosciute dal diritto civile. Tutto questo in perfetta sintonia non solo con i precetti della prima Regola bollata, che ogni Francescano dell’Immacolata professa, ma anche con il Magistero conciliare:

«a) La povertà volontariamente abbracciata per mettersi alla sequela di Cristo, di cui oggi specialmente essa è un segno molto apprezzato, sia coltivata diligentemente dai religiosi, e se sarà necessario, si trovino nuove forme per esprimerla [...]. b) Per quanto riguarda la povertà religiosa, non basta dipendere dai superiori nell’uso dei beni, ma occorre che i religiosi siano poveri effettivamente e in spirito, avendo il loro tesoro in cielo [...]. d) Le congregazioni religiose nelle loro costituzioni possono permettere che i loro membri rinuncino ai beni patrimoniali acquistati o da acquistarsi. e) Gli istituti stessi, tenendo conto delle condizioni dei singoli luoghi, cerchino di dare in qualche modo una testimonianza collettiva della povertà, e volentieri destinino qualche parte dei loro beni alle altre necessità della Chiesa e al sostentamento dei poveri, che i religiosi tutti devono amare nelle viscere di Cristo» (Perfectae Caritatis, n. 13).

 

            In ossequio a quanto appena citato e sull’esempio di san Massimiliano M. Kolbe, le Suore Francescane dell’Immacolata limitano al minimo le loro esigenze personali per soccorrere i poveri. Segnaliamo, in proposito, che esse promuovono adozioni a distanza, provvedendo al mantenimento di oltre un centinaio di bambini adottati in Nigeria e Benin, dove da anni esistono delle loro stazioni missionarie. Presso le missioni africane e brasiliane, sono già state aperte ben quattro Case di accoglienza, che ospitano numerose bambine orfane, povere o con situazioni familiari a rischio. In Benin è ancora in corso di costruzione un’altra Casa di accoglienza-formazione per ragazze. In Nigeria, le suore gestiscono anche una mensa del povero, provvedono alla manutenzione di un lebbrosario e all’assistenza materiale e spirituale dei pazienti in esso ospitati.

       Sempre nel medesimo paragrafo del Perfectae Caritatis, si legge: «f) quantunque gli istituti, salvo disposizioni contrarie di regole e costituzioni, abbiano diritto di possedere tutto ciò che è necessario al loro sostentamento e alle loro opere, tuttavia sono tenuti ad evitare ogni lusso, lucro eccessivo e accumulazione di beni». Si tratta quindi di un diritto – non di un obbligo – a possedere che la Santa Chiesa, nella sua visione materna, nel tempo ha concesso a determinate condizioni. Ora, i Francescani dell’Immacolata, accogliendo la sfida del Vaticano II, hanno voluto audacemente tentare di rifarsi alle origini, proprio sulla questione del possesso dei beni. Ecco quanto esigeva il Serafico Padre dai suoi frati:

«I frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcun’altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà ed umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia. Né devono vergognarsi, perché il Signore si è fatto povero per noi in questo mondo. Questa è, fratelli miei carissimi, l’eccellenza dell’altissima povertà, che vi costituisce eredi e re del regno dei cieli, facendovi poveri di cose e ricchi di virtù. Questa sia la vostra porzione che vi conduce alla terra dei viventi. E a questa povertà fratelli carissimi, totalmente uniti, non vogliate aver altro sotto il cielo, per sempre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Regb VI).

 

     Per sostentarsi e operare le Suore Francescane dell’Immacolata, oltre a ricorrere fiduciose alla mensa del Signore, riprendendo l’antichissima tradizione francescana della questua, si avvalgono dell’aiuto di familiari e benefattori, in conformità con gli insegnamenti conciliari che auspicano la collaborazione dei laici nell’apostolato. Le famiglie, gli amici e i benefattori dei Francescani dell’Immacolata, partecipano secondo il loro stato ai fini proposti dai fondatori, in spirito di piena comunione ecclesiale. Nella mutua collaborazione, vi è un chiaro riferimento, in special modo, al decreto conciliare Apostolicam Actuositatem:

«quei laici che, seguendo la propria particolare vocazione, sono iscritti a qualche associazione o istituto approvato dalla Chiesa, si sforzino di assimilare fedelmente la spiritualità peculiare dei medesimi» (n. 4). E più oltre: «degni di particolare onore e di raccomandazione quei laici, celibi o uniti in matrimonio, che si consacrano in perpetuo o temporaneamente al servizio delle istituzioni e delle loro opere con la propria competenza professionale. È per essa di grande gioia veder crescere sempre più il numero dei laici che offrono il proprio servizio alle associazioni e alle opere di apostolato, sia dentro i limiti della propria nazione, sia in campo internazionale, sia soprattutto nelle comunità cattoliche delle missioni» (n. 22).

 

            Favorendo il coinvolgimento di laici nelle loro opere apostoliche, le Francescane dell’Immacolata intendono seguire anche il magistero di san Giovanni Paolo II, che in Christifideles laici, dedica diversi paragrafi al ruolo e alla missione del laico nella Chiesa, offrendo peraltro criteri di ecclesialità per le aggregazioni laicali (cf. Chfdl 25-30).]

            Dunque, le Suore Francescane dell’Immacolata, approvate quale Istituto di diritto pontificio nel 1998 da san Giovanni Paolo II, vivendo «senza nulla di proprio né in privato, né in comune; né effettivamente, né affettivamente; né internamente, né esternamente» – come recita “La Traccia”, il loro testo legislativo approvato in forma specifica come Institutum, ossia patrimonio intangibile dell’Istituto insieme alla Regola bollata di san Francesco di Assisi – intendono far propri gli auspici di papa Francesco, che all’indomani della sua elezione, spiegando ai giornalisti la scelta del proprio nome, esclamava: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» (15.03.2013) e che insegna costantemente che non possiamo essere veri testimoni del Vangelo se non: «attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo» (Messaggio per la Quaresima 2014).

 

2) L’obbedienza “sub luce Immaculatae”

      L’obbedienza è uno dei cardini della vita religiosa, benché non sempre compresa e purtroppo anche talvolta al centro di critiche e polemiche. D’altra parte – insegna il documento della Congregazione per i religiosi Il servizio dell’autorità e l’obbedienza – «L’obbedienza è l’unica via di cui dispone la persona umana, essere intelligente e libero, per realizzarsi pienamente. In effetti, quando dice “no” a Dio, la persona umana compromette il progetto divino, sminuisce se stessa e si destina al fallimento. L’obbedienza a Dio è cammino di crescita e, perciò, di libertà della persona perché consente di accogliere un progetto o una volontà diversa dalla propria che non solo non mortifica o diminuisce, ma fonda la dignità umana. Al tempo stesso, anche la libertà è in sé un cammino d’obbedienza. Perché è obbedendo da figlio al piano del Padre che il credente realizza il suo essere libero». Ora, le Suore Francescane dell’Immacolata vivono tale consiglio evangelico in forma molto radicale, in virtù del Voto Mariano di consacrazione illimitata all’Immacolata, voto costitutivo, da loro professato come primo voto, che informa e radicalizza gli altri tre vincoli sacri, esigendo che essi siano vissuti nella luce dell’Immacolata. Questo voto obbliga a tendere alla medesima perfezione dell’Immacolata, la creatura più conformata a Cristo. In questa luce si parla anche di obbedienza all’Immacolata, perché Ella ha sempre compiuto in tutto la volontà di Dio e perché, come hanno insegnato grandi santi come il Monfort e padre Kolbe, c’è sempre stata e sempre ci sarà piena identità tra la volontà dell’Immacolata e la volontà di Dio. Dire, dunque, volontà dell’Immacolata equivale perfettamente a dire volontà di Dio. Tra l’altro già san Massimiliano Kolbe parlava di una simile obbedienza in una conferenza da lui tenuta ai frati di Niepokalanòw il 3 maggio 1933:

«La perfezione cristiana consiste nell’unione della nostra volontà con la volontà di Dio. Ebbene, la volontà dell’Immacolata è così strettamente unita alla volontà di Dio da essere con questa come un’unica volontà. Parlando quindi dell’adempimento della volontà di Dio, possiamo dire con certezza che esso è il compimento della volontà dell’Immacolata. Con ciò non diminuiamo la gloria di Dio, ma certamente l’aumentiamo, poiché mettiamo in risalto le perfezioni di Maria, la più perfetta creatura di Dio, e l’unione totale della Sua volontà con la volontà di Dio. Non temete, cari fratelli, di dire “volontà dell’Immacolata”, perché è lo stesso che dire “volontà di Dio”. Che cosa dirvi ancora? Vi auguro di adempiere la volontà dell’Immacolata sempre più diligentemente e fervorosamente, e di amarla sempre di più. Procedendo tutti in questo modo daremo la massima gloria a Dio, progrediremo nella perfezione e attraverso l’Immacolata guadagneremo a Gesù il maggior numero di anime».

 

     Pertanto, le Suore Francescane dell’Immacolata, eredi della spiritualità kolbiana, non vogliono altra gloria che sottomettere all’Immacolata la loro volontà: «perché l’obbediente canterà le sue vittorie in eterno», come insegnava padre Pio da Pietrelcina. Naturalmente parlando, l’obbedienza, pur contemplando la possibilità – quando addirittura non sia un dovere – di far presenti talune difficoltà che la singola obbedienza impartita può comportare, costituisce un rinnegamento della propria persona tale che san Francesco stesso la equiparava al martirio.

     Questa dipendenza dalla volontà della Madonna, avendo in modo particolare per le Suore Francescane dell’Immacolata il suo parametro nell’obbedienza perfetta della stessa Madre di Dio, vuole spingersi, come insegnava il martire polacco, a raggiungere l’obbedienza “illimitata” all’Immacolata.  Bisogna, quindi, intendere che nell’obbedienza che esse devono esercitare nei confronti dei Superiori, in quanto legittimi rappresentanti di Dio, si esplica questa dipendenza illimitata dalla volontà dell’Immacolata, e quindi dalla volontà di Dio. Tale illimitatezza nell’obbedienza non può certo significare che bisogna supinamente eseguire anche comandi che comportano il peccato. Si tratta, piuttosto, di obbedire in spirito di fede, senza porre riserve, condizioni e pressioni sui superiori per “dirottare” le loro disposizioni in modo da accontentare se stessi.

    San Luigi M. Grignon di Monfort ha definito l’obbedienza della Madonna “cieca”, proprio secondo questi principi. Obbedienza cieca, quindi, non può significare affatto sventatezza, impulsività o irrazionalità nell’esecuzione del comando, quanto piuttosto semplicità, prontezza ed assenza d’ogni giudizio non fondato sulla visione soprannaturale, mettendo «a disposizione tanto le energie della mente e della volontà, quanto i doni di grazia e di natura, nella esecuzione degli ordini e nel compimento degli uffici» (Perfectae Caritatis, n. 14).

       La Suora Francescana dell’Immacolata, con la sua obbedienza illimitata all’Immacolata, vuole fermamente donare a Lei tutta la sua vita, morte ed eternità, come ha fatto Gesù, che si è fatto tutto suo, facendosi formare bambino nel suo grembo, e quando, ai piedi della Croce, ha fatto deporre il suo Corpo divino, martoriato, tra le sue braccia. In questo spirito, e in quello del Serafico Padre che definiva la missionarietà “somma obbedienza”, esse accettano di «poter essere mandate anche in terra di missione o dovunque sia» (Cost. 24) per Lei, per la più grande gloria di Dio e per la salvezza di tutte le anime. Pur dovendo coltivare in sé la disposizione a poter partire in qualsiasi momento e per ogni dove, tuttavia «la suora chiamata a partire come missionaria è opportunamente preparata, non solo spiritualmente e dottrinalmente, ma anche culturalmente, con la conoscenza della lingua, della mentalità, degli usi e costumi del luogo di missione» (Cost. 78).

      

3) La vita di preghiera

            La vita consacrata delle Francescane dell’Immacolata vuole essere, anzitutto, vita di amorosa unione con Gesù nello Spirito Santo. Per questo, in osservanza all’espressa volontà del Serafico Padre san Francesco, «l’attività principale e costante della suora francescana dell’Immacolata è la santa orazione e devozione da non posporre mai a nessun’altra cosa» (Dir. 46). Cosi prescrive la Regola bollata:

«E se non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma attendano a ciò che devono desiderare sopra ogni cosa: avere lo Spirito del Signore e le sue opere, pregare sempre con cuore puro e avere umiltà, pazienza nelle persecuzioni e nelle infermità [...]. E chi persevererà fino alla fine, questi sarà salvo» (Regb X).

 

        Ora, «nella scala dei valori della vita di orazione, al primo posto c’è la preghiera liturgica» (Dir. 48), la preghiera della Chiesa. E qui, circa il canto gregoriano e l’uso del latino nella Liturgia secondo il Vetus Ordo, da alcuni considerati come il capriccio di una moda di élite o il frutto di un condizionamento di gruppo che andrebbe a discapito della partecipazione attiva e della qualità della preghiera, va sottolineato, anzitutto, che entrambi sono stati fatti propri dalla Chiesa: il primo, il canto gregoriano, canto proprio della liturgia romana, quale interpretazione autentica della Parola di Dio, che è propria della Chiesa stessa, nella sua versione musicale (cf. Sacrosanctum concilium, n. 116; Dei Verbum, n. 25); il secondo, il latino, quale lingua della cattolicità, che unisce tutti i fedeli sparsi nel mondo nell’unica Famiglia del Popolo di Dio.

      Si è trattato di una scelta delle singole comunità che, dopo un periodo di sperimentazione, con regolare Capitolo locale hanno fatto espressa richiesta al Consiglio generale delle Suore di poter celebrare la divina Liturgia nella forma straordinaria. Le Superiore, secondo le possibilità, si sono adoperate per avviare una preparazione adeguata e mirata attraverso corsi di grammatica latina, lezioni sui Salmi e sulla Liturgia antica. In particolare, in diverse comunità si sono avvalse dell’ausilio di professori ed esperti in materia, che hanno svolto lezioni, conferenze, spiegazioni, istruzioni pratiche e qualificate. A quante, inoltre, sono di madre lingua inglese, le Superiore hanno fornito l’edizione del Breviarium Romanum bilingue, latino-inglese (Baronius Press, 2010), mentre per quelle di madre lingua italiana, valendosi dell’aiuto di alcune responsabili, hanno progettato, e in parte realizzato, edizioni di traduzioni dei testi principali dell’ufficiatura. Tutto ciò anche in conformità alla Costituzione Apostolica Veterum Sapientia, di san Giovanni XXIII, il quale, circa l’uso del latino, scriveva:

«La lingua latina, che a buon diritto possiamo dire cattolica, poiché è propria della Sede Apostolica, madre e maestra di tutte le Chiese, e consacrata dall'uso perenne, deve essere ritenuta tesoro di incomparabile valore [...]. Poiché in questo nostro tempo si è cominciato a contestare in molti luoghi l’uso della lingua Romana e moltissimi chiedono il parere della Sede Apostolica su tale argomento, abbiamo deciso, con opportune norme, di fare in modo che l’antica e mai interrotta consuetudine della lingua latina sia conservata e, se in qualche caso sia andata in disuso, sia completamente ripristinata. I Vescovi e i Superiori Generali degli Ordini religiosi, mossi da paterna sollecitudine, vigileranno affinché nessuno dei loro soggetti, smanioso di novità, scriva contro l’uso della lingua latina nell’insegnamento delle sacre discipline e nei sacri riti della Liturgia e, con opinioni preconcette, si permetta di estenuare la volontà della Sede Apostolica in materia e di interpretarla erroneamente» (nn. 9-11).

 

     Inoltre nella Costituzione Sacrosanctum Concilium al n. 36 si stabilisce: «L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini». E al n. 101: «Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell’ufficio divino la lingua latina. L’Ordinario tuttavia potrà concedere l’uso della versione in lingua nazionale, composta a norma dell’art. 36, in casi singoli, a quei chierici per i quali l’uso della lingua latina costituisce un grave impedimento alla recita dell’ufficio nel modo dovuto. Alle monache e ai membri degli istituti di perfezione, sia uomini non chierici che donne, il superiore competente può concedere l’uso della lingua nazionale nell’ufficio divino, anche celebrato in coro, purché la versione sia approvata».

     È stato propriamente in questo spirito di fedeltà ai documenti conciliari, nonché di ritorno alla tradizione della preghiera liturgica, all’“antiquior” della tradizione francescana, che le Suore Francescane dell’Immacolata hanno accolto il Motu proprio Summorum Pontificum, che ha fatto loro scoprire e amare le «ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa» (Lettera di sua santità Benedetto XVI ai vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica “Motu Proprio data” Summorum Pontificum). È, infatti, opinione diffusa tra esperti e teologi della liturgia, che san Francesco abbia avuto un ruolo fondamentale nel processo di sviluppo della liturgia romana (Breviario e Messale). La scelta del Serafico Patriarca e della fraternitas minoritica dopo di lui di adottare l’Ufficio della Curia romana, fu un fattore determinante  per l’unificazione liturgica dell’Occidente cristiano. Nonostante le molteplici riforme liturgiche del Breviario e del Messale romano, avvenute fino a Pio XII, l’edizione del 1962, liberalizzata nuovamente dal Papa Benedetto XVI, ci ha permesso di ritornare ad fontes Francisci, e in tal modo rendere attuale il carisma orante originario francescano.

 

 

4) Lo studio e la formazione

       Lo studio è, secondo l’intendimento e i progetti dei fondatori delle Francescane dell’Immacolata, uno degli elementi più propri e caratteristici della spiritualità dell’Istituto, in spirito di totale fedeltà alla Chiesa. Nel loro Direttorio, al numero 73, si prescrive infatti:

«Per la formazione dottrinale, specie quella a livello universitario, si stia attente alla scelta oculata delle Facoltà teologiche e degli Istituti di specializzazione di teologia, di spiritualità, di morale, di pastorale, ecc. che garantiscano la fedeltà all’insegnamento della Chiesa, al Magistero conciliare e pontificio» (Tit. IV); oltre che vertere in particolare sull’approfondimento dello studio e della ricerca della conoscenza dell’Immacolata Mediatrice, in cui è richiesto l’impegno di tutto l’Istituto «secondo i talenti e le possibilità» (Dir. 23).

 

       Oltre la formazione specifica riguardante il Carisma del nostro Istituto, le Suore Francescane dell’Immacolata ricevono infatti una formazione più generale mediante due corsi interni: il primo, denominato Corso Teologico Catechetico (CTC), triennale, che offre ad ogni singolo membro dell’Istituto una buona conoscenza delle discipline religiose di base; il secondo, denominato STIM (Seminario Teologico Immacolata Mediatrice), è invece un corso più lungo ed impegnativo ed offre alle più versate negli studi teologici, la possibilità, una volta conseguito il diploma, di accedere alle Facoltà Pontificie, conseguendo i gradi accademici. Tutte le suore, dunque, studiano, secondo le necessità dell’Istituto e le capacità proprie di ciascuna. Non mancano, infatti, suore che hanno già conseguito diplomi e specializzazioni tecniche in diversi campi, tra cui quello liturgico-musicale (diplomi in pianoforte, organo e altri strumenti musicali; composizione musicale e direzione di coro; dottorato in canto gregoriano, ecc.), come pure diplomi di scuola pratica di teologia e diritto per la vita consacrata, licenze in Teologia spirituale, dottorati in Sacra Teologia. 

       Il Capitolo II del loro Direttorio, interamente dedicato alla Formazione permanente, al n. 17 cita espressamente l’Istruzione della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di vita apostolica Verbi Sponsa (n. 23):

«Lo studio della parola di Dio, della Tradizione dei Padri, dei documenti del Magistero, della Liturgia, della spiritualità e della teologia, deve costituire la base dottrinale della formazione, mirando ad offrire i fondamenti della conoscenza del mistero di Dio contenuti nella Rivelazione cristiana “scrutando alla luce della fede tutta la verità racchiusa nel mistero di Cristo”».

 

     Né va dimenticato l’articolo16 dello stesso Direttorio che, in riferimento alla formazione delle professe temporanee, spiega che questa mira «alla crescita della loro vita spirituale, alla loro preparazione dottrinale e alla pratica dell’impegno di lavoro in cui esercitarsi» e indica tra i mezzi messi a loro disposizione per raggiungere tale scopo: lezioni sulle discipline teologiche; riviste e libri a disposizione di tutte in una biblioteca attrezzata, la partecipazione a conferenze, corsi e convegni (art. 23). A proposito di questi ultimi, particolarmente seguite e apprezzate, sono state, fino a due anni fa, le annuali “Tre giornate di studio”, in cui sono stati approfonditi, di volta in volta, temi di interesse emergente inerenti il carisma francescano-mariano e la vita della Chiesa (ricordiamo, tra i tanti, nell’anno dell’Esortazione Apostolica “Vita Consecrata”, l’approfondimento in chiave mariana di tale documento e, in quello dedicato da san Giovanni Paolo II allo Spirito Santo, un corso dal titolo Lo Spirito Santo e tematiche varie).

 

       I quattro punti sopra esposti sono le piste di marcia delle Suore Francescane dell’Immacolata, indicano la tensione verso traguardi da raggiungere, ma non ancora acquisiti e non finalizzati a se stessi, ma alla loro unica ambizione: essere solo povere proprietà dell’Immacolata: suore minori, mariane e missionarie che si sforzano di lottare per la santificazione propria e della Chiesa tutta, «morendo ogni giorno» (1Cor 15,31) affinché in esse possa vivere Cristo. 

 

Il Francescanesimo delle origini nel carisma dei Francescani dell’Immacolata: continuità e sviluppo
copertina delle Conferenze di San Massimiliano
  • Apostolato in Inghilterra +

    Un Giorno con Maria, giornata di preghiera e spiritualità mariana, sabato 26 ottobre 2013, presso la Cattedrale di Westminster, Londra, Inghilterra. Animazione liturgica delle Suore Francescane dell’Immacolata.
  • Marcia per la vita +

    Intervista alle Suore Francescane dell’Immacolata alla terza marcia nazionale per la vita, 12 maggio 2013.
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    NOTA UFFICIALE DELL’ISTITUTO

    20/12/2014

     

     

    ALLE VOCI  CHE PASSANO DEI MEDIA PREFERIAMO L’ASCOLTO ORANTE DEL VERBO DI DIO INCARNATO , UNICA PAROLA VERA ED ETERNA DEL PADRE

     

    In merito ad un articolo che ci riguarda, pubblicato sulla rivista “Rogate ergo” (n° 11/2014) – articolo di cui ci permettiamo di porre in dubbio la completa affidabilità – e ad altre notizie non corrette diffuse dai media sul conto del nostro Istituto

    PRECISIAMO CHE:

     

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Frasi dei Santi

«Saliamo con generosità il Calvario per amore di Colui che si immolò per nostro amore, e siamo pazienti, certi di spiccare il volo per il Tabor.»
San Pio